Hamnet

Screenshot del trailer cinematografico

Come si racconta il dolore per la perdita di un figlio? Come lo avrebbe raccontato William Shakespeare? Da queste domande si sviluppa il film di Chloé Zhao, tratto dal romanzo omonimo. Una storia che parte piano, ma che lentamente cresce avvinghiando lo spettatore fino a conquistarne il cuore.

Zhao imposta un film che vive di continui rimandi interni, giocando su molteplici dualismi. La coppia Will + Agnes (interpretati magistralmente dagli attori irlandesi Paul Mescal e Jessie Buckley, quest’ultima fresca di Golden Globe e favorita per gli Oscar 2026), le rispettive famiglie e i dialoghi tra loro che sembrano richiamarsi a distanza, offrono un primo antipasto di una struttura dicotomica che ci accompagnerà per tutta la durata del film. Ai parallelismi più lampanti (vita e morte, persone e personaggi, Hamnet e Hamlet – tra l’altro interpretati da attori fra loro fratelli, Jacobi e Noah Jupe) ne subentrano altri: l’antro buio nel bosco è la quinta teatrale, ma è simbolo di morte e – al contempo – di nascita, con evidente richiamo all’utero materno, nonché al luogo in cui avviene il primo parto del film. Il bosco reale è il luogo in cui Agnes si sente al sicuro ed è maggiormente libera di esprimere se stessa: allo stesso modo, il bosco dipinto che fa da scenografia al teatro londinese di Will è il luogo dove egli si rifugia per costruire la propria catarsi. Da entrambi questi luoghi i due protagonisti sono attratti, quasi risucchiati, in un vortice di dolore che prima li allontana e poi li fa riavvicinare: così come Agnes con il falco conquista Will nel primo di questi ambienti al principio, nel finale è quest’ultimo a riconquistare la moglie dimostrandole il valore della propria arte nel delicato processo catartico del lutto del loro figlio. Questa eco di scambio di postazione a distanza richiama quella che Will mette in scena (laddove a morire nella tragedia non è il figlio, ma il padre) nonché quella inscenata da Hamnet medesimo nei due momenti del film in cui si “scambia” con la sorella – dapprima in chiave comica, e poi in una tragedia.

Parlando di Amleto non è possibile evitare di citare il parallelismo più forte, quello tra essere e non essere. Verso questo monologo pare convergere l’intera opera, e in questo monologo pare risolversi il dilemma che il testo e la storia stessa presentano. La risposta è lì dal principio, e sta nei mantra recitati da Will istitutore e da Hamnet bambino: “Bisogna cercare una strada per risollevarsi da terra” (Tentanda via est, qua me quoque possim tollere humo) e “Sarò coraggioso”. Perché che “sia più nobile nella mente soffrire / colpi di fionda e dardi d’atroce fortuna / o prender armi contro un mare d’affanni / e, opponendosi, por loro fine”, due cose (di nuovo, due) sono certe: che una via deve essere percorsa, e che entrambe richiedono coraggio.

La vera chiusura del cerchio, però, è data dal fatto che questa rinnovata consapevolezza giunga per mezzo dell’arte, e per la precisione per mezzo del teatro: nel rappresentare e nel vedere rappresentato il dolore della propria condizione, Will e Agnes rispettivamente possono finalmente elaborare il tremendo lutto che hanno vissuto. Ma non solo: nel farlo si sorprenderanno ad essere accomunati in questa condizione a tutto il resto del pubblico che simbolicamente protende le mani verso l’attore in scena, in un gesto che si trasforma in un abbraccio collettivo che avvolge non solo Agnes ma anche noi al di qua dello schermo. Alla rottura della quarta parete sullo schermo è, finalmente, chiamato a riconoscersi anche lo spettatore, accomunato con le persone (e i personaggi) attorno a lui da un’unica tragica condizione – quella umana.

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Un TFF particolare

Sono particolarmente grato di essere riuscito a essere presente, dopo tanti anni, al Torino Film Festival, soprattutto perché ho potuto dare una chance a una sezione del programma che non avevo mai considerato in passato: i documentari.

Approfittando anche di essere già a Torino per il corteo dello sciopero del 28 novembre, decido infatti di approfittarne per vedere innanzitutto Mothers, di Alice Tomassini. Il film si apre con la storia di 32 donne cambogiane che, nel 2019, vennero arrestate nel momento in cui nel Paese la gestazione per altri fu equiparata al traffico di esseri umani. Furono poi costrette a partorire e a crescere i figli degli altri, a cui al contrario non fu concesso prendersene cura né adottarli. La regista, nella seconda parte del film, accosta questa storia così lontana da noi a quella di alcune famiglie che in Italia sono ricorse alla GPA e che, dallo scorso anno, si sono scoperte “criminali universali”. Il film raccoglie testimonianze molto diverse, ma l’apice viene raggiunto con l’ultimo capitolo, quello dedicato a Lia e Andrea, due fratelli adolescenti figli della GPA. Il loro racconto, e in particolare l’attivismo di Lia, danno una forza immensa al messaggio del film. I due ragazzi sono alle prese con il racconto del proprio disagio di dover essere considerati dal proprio stesso Paese dei figli illegittimi, che emerge finalmente nei versi della canzone che accompagna i titoli di coda (“Benvenuti a Tartaro”). Un film che andrebbe fatto vedere a tutti quegli onorevoli che, mossi dall’ignoranza, hanno votato questa ignobile legge. A rappresentare la pellicola, scelgo una frase pronunciata dalla ragazza di fronte alla commissione parlamentare: “Non mi è mancato avere una mamma, mi è mancato avere dei diritti”.

Siccome l’appetito vien mangiando, decido di restare anche per la proiezione successiva. Si tratta di The Encampments, documentario statunitense candidato ai prossimi Oscar: dopo la sua visione, mi auguro fortemente che verrà nominato. La telecamera ci racconta i 12 giorni di occupazione del cortile della Columbia University, culminati con la presa di Hind’s Hall raccontata da Macklemore nell’omonima canzone. Una serie di interviste a studenti e personale, insieme ovviamente con il girato di quei giorni, ci porta nel vivo della protesta, e trova una motivazione alle violente repressioni che sono seguite negli affari che legano a doppio filo la Columbia (e gli USA in generale) a Israele. Con una scelta di montaggio interessante, i registi affiancano il racconto di quanto successo a New York non solo alle decine occupazioni in tutto il mondo che da questo sono state ispirate, ma anche alla situazione in Palestina: qui, se da un lato le università sono fatte saltare in aria dall’IDF, la popolazione ritrova speranza nel conoscere l’impegno e l’attivismo dei giovani nelle altre parti del mondo. Un film capace di ispirare, che restituisce il ritratto di una generazione, la cosiddetta Gen-Z, che decide di non sottomettersi ma di lottare per ciò che è giusto, smascherando l’ipocrisia di un sistema colluso in cui i valori sono tali solo se non intralciano il profitto.

A proposito di speranza, decido di restare anche per l’ultima proiezione della serata: Il Clown di Gaza, la storia di un artista circense gazawi nano nella Gaza assediata dai bombardamenti israeliani. Il racconto si segue Alloush (questo il nome d’arte del clown), diviso tra l’impegno nei confronti della famiglia e quello verso i bambini di strada e negli ospedali, cercando di suscitare in tutti un sorriso. A differenza degli altri due documentari, qui la storia (quella dell’assedio di Gaza) era già ampiamente nota, ma il punto di vista nuovo portato da Alloush è il valore aggiunto del film. I colori e le musiche dei suoi spettacoli del clown stridono con la devastazione intorno e cercano disperatamente di portare un po’ di felicità in chi lo circonda. L’attività di Alloush diventa così anche un antidoto alla sua stessa disperazione e a quella della sua famiglia, insegnandoci non solo la forza dell’attitudine, ma anche che la felicità si moltiplica solo quando è condivisa.

A prescindere da chi vincerà il premio per il miglior documentario, e dagli eventuali altri premi e nomination che questi film sicuramente otterranno, sono loro grato per avermi ricordato l’importanza del genere documentaristico per rappresentare e dare voce a chi, per un motivo o per un altro, è invece silenziato. Le loro voci possono così raggiungere, arricchire e ispirare più persone, e sono convinto che lo spazio dedicato a queste storie è davvero uno spazio di libertà guadagnato per tutti.

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Avrei preferito avere torto

Alla vigilia dello sciopero generale in sostegno a Gaza e alla Global Sumud Flottilla, mi è tornata in mente quella volta in cui il Consiglio Comunale di Alpignano è stato a un passo dall’approvare una mozione in cui si esprimeva “totale e profonda solidarietà allo Stato d’Israele ed al suo popolo condanna[ndo], con fermezza, il gruppo terroristico di Hamas per gli attentati contro Israele ancora una volta bersaglio di gesti criminali”. Eravamo all’indomani del 7 ottobre 2023, e la proposta arrivava dall’opposizione.

Detesto dire “l’avevo detto”, ma quella volta eccome se l’avevo detto, arrivando a dichiarare il mio voto contrario fin dalla conferenza dei capigruppo. Alla fine la mozione era stata modificata e di fatto neutralizzata con un generico appello alla pace e al sostegno alla popolazione civile, sia palestinese sia israeliana, e pertanto non ho avuto motivo di leggere il doppio intervento che avevo preparato. Alla luce di come si sono evolute le cose, ovvero esattamente come avevo previsto, riporto qui di seguito i due testi che avevo preparato per l’occasione. Giuro che non sono stati rimaneggiati dopo la stesura avvenuta alla vigilia del Consiglio Comunale del 30 novembre 2023. Parte di questi testi è poi confluita nel discorso che ho pronunciato a sostegno di un’altra mozione, quella per il riconoscimento dello stato palestinese e per il boicottaggio dei prodotti israeliani, approvata a maggioranza lo scorso luglio (il video di quell’intervento si può trovare a questo link).

* * * P R I M O I N T E R V E N T O * * *

Prendo la parola per ribadire anche pubblicamente quanto già esposto in conferenza dei capigruppo, e cioè che il testo di questa mozione non ci trova d’accordo per la narrazione dei fatti che ne traspare. Il testo infatti presenta una parte della verità, ma arrivo a dire che rappresenta una verità di parte.

Si parla di “totale e profonda solidarietà allo stato di Israele” e di “Israele ancora una volta bersaglio di gesti criminali” e ancora di “vile azione terroristica”. 

Trovo quantomeno discutibile che ci si voglia esprimere in questi termini riguardo a questa questione, non soltanto banalizzandone la complessità (atto già grave di per sé), ma avallando la narrazione che prevede che ci sia una parte buona e una parte cattiva in questo conflitto, e che la parte “buona” coincida con Israele.

Se con terrorismo intendiamo l’uso della violenza illegittima, contro vittime civili ed innocenti, finalizzata (come dice la parola stessa) ad incutere terrore nella popolazione che ne è vittima, tutti noi abbiamo soltanto da imparare dallo stato di Israele che, fin da prima della sua fondazione, e nel corso dei suoi 75 anni di vita, ha utilizzato tali mezzi per giustificare la linea politica sionista.

Il principio base di questa politica, nata sul finire dell’Ottocento e che da sempre si lega alle azioni criminali israeliane, è riassumibile nella frase del suo fondatore Teodor Herzl: “Una terra senza popolo, per un popolo senza terra”. La negazione della esistenza di una popolazione autoctona, e quindi l’illegalità delle pretese del popolo palestinese, sono il più solido filo conduttore del sionismo fin dai suoi esordi, politica fra l’altro fieramente sostenuta dai governi antisemiti occidentali della prima metà del Novecento (incluso il terzo Reich) che intendevano trovare una “sistemazione” alle minoranze ebraiche che risolvesse il “problema” della loro presenza nei territori dei paesi occidentali. Questo è stato l’origine del sionismo, insieme alla necessità politica e strategica per l’Europa e gli Stati Uniti di mantenere un importante avamposto nel Medio Oriente, i cui territori si avviavano verso l’indipendenza. Senza considerare questi due elementi, è impossibile comprendere davvero cosa stia succedendo in quei territori.

Perciò, se tutti noi siamo (giustamente e condivisibilmente) indignati e scossi e condanniamo eventi come gli attacchi dello scorso 7 ottobre in Israele, ma anche azioni terroristiche come gli attacchi in Europa, a partire dal Bataclan, oppure anche gli attacchi dell’11 settembre, lo stesso deve valere per quello che la politica israeliana sta commettendo da ben prima di due mesi a questa parte, nei quali si sono già superati ampiamente i 10 mila morti nel corso di un solo mese, in un attacco contro una popolazione inerme perché circondata da muri e impossibilitata a fuggire e a difendersi, in cui il 50% ha meno di 14 anni. Attacchi che includono sistematicamente come bersagli, da oltre settant’anni, scuole e ospedali, con la condanna a morte o la deportazione forzata di neonati e pazienti allettati a causa del taglio deliberato delle linee elettriche. Attacchi che includono campi profughi, anche al di fuori del territorio israeliano, anche qui non solo recentemente ma ad esempio in occasione del massacro di Sabra e Shatila (fra 700 e 3000 morti nel 1982). Bombardamenti che colpiscono sedi istituzionali e zone residenziali, spesso preceduti da proclami televisivi o terrorismo telefonico (chiamate in cui i residenti vengono gentilmente informati che la loro casa sarà fatta saltare nel giro di un’ora o due) oppure distruzione di villaggi palestinesi senza preavviso (Hula, Dawaima, Lidda, Ramla, Der Yassin… per citare i più eclatanti), con l’uccisione o la deportazione degli abitanti, anche qui da molti anni prima degli attacchi del 7 ottobre, con l’intento dichiarato di liberare porzioni di territorio su cui costruire nuovi nuclei abitativi dei cosiddetti coloni, creando con la forza ciò che si proclama da sempre: “una terra senza popolo, per un popolo senza terra”. A ciò si aggiunga l’impossibilità della popolazione di Gaza di fuggire, dal momento che dal 2006 vige la totale chiusura delle frontiere, anche di mare, con contestuale divieto di pesca lungo il litorale. Attacchi che includono, fin dalla fondazione dello stato di Israele, l’allontanamento, l’intimidazione e perfino l’omicidio dei mediatori internazionali, a partire dall’uccisione del mediatore dell’Onu Folke Bernadotte nel 1948. Attacchi che includono da sempre anche operazioni sotto falsa bandiera, come dimostrato in occasione dell’affondamento della nave “Patria”.

Passando invece al sostegno alla comunità ebraica, oggetto della mozione… essa è ostaggio delle politiche criminali sioniste almeno tanto quanto lo è la popolazione della Striscia di Gaza con Hamas, come dimostra l’uso della forza perpetrato dalla polizia e dall’esercito israeliano nei confronti delle manifestazioni pacifiste organizzate nell’ultimo mese (e non solo) dalla stessa popolazione israeliana, ad esempio a Gerusalemme, e represse con l’uso indiscriminato della violenza.

Se vediamo quanto sta accadendo con uno sguardo appena più ampio, quindi, notiamo come non possiamo appoggiare una mozione che, condannando la frangia terroristica della politica di uno stato – la Palestina – a cui non è concesso nemmeno il riconoscimento di esistere e quindi di parlare per se stesso, mentre giustifica e dichiara solidarietà con le politiche altrettanto (se non ancora più) violente perpetrate da Israele nella totale impunità offerta dagli interessi politici occidentali che lo sostengono.

* * * S E C O N D O I N T E R V E N T O * * *

Proviamo ad abbandonare la prospettiva storica per un secondo e mettiamoci nei panni di un sedicenne palestinese. Teniamo a mente che una persona su due in Palestina oggi ha quest’età o un’età inferiore e che bambini e adolescenti rappresentano il 50% delle vittime della guerra in corso – 5000 minori morti nel primo mese di conflitto.

Il nostro ragazzo nasce nel 2007, l’anno in cui Israele chiude le frontiere di terra, di mare e di aria della Striscia. Nessuno può entrare e nessuno può uscire se non autorizzato dalle forze armate israeliane. 

All’età di un anno e mezzo, nel 2008, il nostro ragazzo sopravvive alla “prima Guerra di Gaza”, un bombardamento di 22 giorni, [in cui muoiono 1385 civili, 318 minori. Israele conta 13 vittime.]

All’età di 5 anni sopravvive a una seconda guerra, più corta (conta lo stesso?) di soli 8 giorni, [dove vengono uccisi solo 168 civili, 33 minori tra i palestinesi. 2 morti tra gli israeliani]. Prima ancora che alle bombe, il bambino sembra essere particolarmente forte perché sopravvive alla carenza di acqua potabile e alla contaminazione delle falde acquifere, che affligge il 97% della striscia.

Proseguiamo: luglio 2014: il nostro, ormai settenne, sopravvive alla sua terza guerra – 50 giorni di assalti via terra. [2251 morti, di cui 556 minori, fra i Palestinesi. Israele: 67]. Forse il nostro ragazzo è fra i 1500 minori che restano orfani in quell’occasione. Nel frattempo, ha iniziato ad andare a scuola ma a giorni alterni perché le scuole sono poche e a corto di personale e materiale. ⅔ delle scuole palestinesi adotta la soluzione dei doppi turni.

Tra il 2018 e il 2019 il ragazzo ha 11-12 anni: vede una serie di proteste pacifiche organizzate di settimana in settimana da attivisti indipendenti oggi note come “Grande Marcia del Ritorno”, represse con violenza (spari e gas lacrimogeni). [Più di 200 morti e 9000 feriti. Israele conta un totale di 10 feriti]. Il ragazzo ha ormai evidenti sintomi di stress post-traumatico – se possiamo parlare di “pre” e di un “post” in questa situazione.

All’età di 14 anni, il nostro ragazzo sopravvive a una quarta guerra, anche qui più breve “solo” 11 giorni. 230 morti. 67 sono bambini.

In 16 anni di vita, questo ragazzo ha visto morire intorno a sé circa 3000 persone, di cui oltre 1000 minori. Nello stesso periodo, Israele ha contato 100 vittime. Da allora, altre 60.000 persone si sono aggiunte al conto, giustificato dalla ricerca di terroristi che non è ancora terminata dopo che quasi il 90% del territorio è stato raso al suolo e buona parte della popolazione sterminata o deportata.

Nel 2023, all’età di 16 anni, il ragazzo assiste all’inizio della sua quinta guerra: è la più grande e sanguinosa di tutte. In un solo mese, vede quasi 4 volte il numero di morti che ha visto in tutta la sua vita di sedicenne. Orfano, impaurito, arrabbiato e senza mezzi, questo ragazzo ha un’altissima probabilità di essere il prossimo terrorista assoldato da Hamas.

Se allarghiamo appena un po’ lo sguardo, non possiamo fingere di ignorare che Hamas non è la causa del conflitto arabo-israeliano, ma se mai ne rappresenta l’effetto. In altre parole, non nasce per caso, ma è figlia di oltre 70 anni di soprusi. Alcuni analisti ed esperti del conflitto in medio oriente, come lo storico israeliano Zeev Sternell o il politologo americano Anthony Cordman, hanno evidenziato come sia stato Israele stesso a foraggiare e ad armare Hamas per screditare in toto l’Autorità Nazionale Palestinese che, come ho già citato prima, è vittima in un colpo solo del terrorismo di Hamas e di quello sionista-israeliano. Lo stesso attacco in corso ormai da quasi due mesi contro la popolazione palestinese, da parte di Israele, se da un lato viene difeso e narrato all’opinione pubblica internazionale come la lotta del bene contro il male per sconfiggere il nemico, dall’altro di fatto non farà altro che creare nuovi nemici, creando sempre maggiore odio nei confronti di Israele in una popolazione stremata da decenni di soprusi perpetrati in maniera abusiva e terroristica in nome della sicurezza nazionale.

* * *

Fonti:

per la parte storica: 

  • AA.VV. “I volti di Abele – Palestina: Pulizia etnica e resistenza”, Zambon Editore
  • Noam Chomsky, “Si può vincere la guerra al terrorismo?” (intervista con H. Courant, 20 settembre 2001)
  • Noam Chomsky, “Crimini di stato” (intervista con D. Barsamian, 21 settembre 2001)

altre fonti:

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Ciò che la Strada ti rivela

Di tutti i poeti e i pazzi
che abbiamo incontrato per strada
ho tenuto una faccia o un nome
una lacrima o qualche risata.

Abbiamo girato insieme
e ascoltato le voci dei matti
incontrato la gente più strana
e imbarcato compagni di viaggio
qualcuno è rimasto
qualcuno è andato e non s’è più sentito
un giorno anche tu hai deciso
un abbraccio e poi sei partito.

Buon viaggio hermano querido
e buon cammino ovunque tu vada
forse un giorno potremo incontrarci
di nuovo lungo la strada.

Scorci da qualche parte tra Puente la Reina e Estella-Lizarra

Prima di partire per il Cammino di Santiago ascoltavo con un certo scetticismo tutti coloro che mi dicevano che “il Cammino è un’esperienza che ti cambia la vita… è diverso da tutti gli altri cammini a piedi che puoi fare nel mondo”. Il massimo che concedevo loro in questo rispetto, era relativo alla lunghezza del viaggio: oltre 800 km, se lo si inizia dai Pirenei. Anche per questo, erano anni che rimandavo la mia partenza, accampando ora una scusa ora un’altra, ma in realtà, sotto sotto, perché avevo paura di quella distanza in apparenza così insormontabile.

Lo scorso inverno, però, il Cammino è tornato a fare capolino nella mia testa: ho scelto di partire perché ero stanco del tourbillon di incombenze che avevo intorno, e desideravo un tempo che fosse solo mio. Per questo sono andato da solo – cosa che tra l’altro consiglio di fare a tutti per ragioni che spero vi saranno chiare tra poco. Avevo bisogno, dopo almeno 5 anni che non mi capitava, di fare un viaggio con me stesso. Tuttavia, un po’ per quel timore reverenziale, un po’ con la “scusa” che non potevo prendermi davvero 30/40 giorni perché “sai, gli impegni”, ho deciso che avrei percorso a piedi “solo” i 230 km che separano Pamplona da Burgos. Tempo stimato: 9 giorni. Quando però il momento è arrivato, non ho trovato quello che mi aspettavo – ma meglio ancora: ho trovato quello di cui avevo bisogno. E alla fine ho dovuto dare ragione a quei commenti. O meglio: non sono d’accordo che il Cammino mi abbia cambiato, credo piuttosto che mi abbia fatto riflettere su molti aspetti della mia vita. La vera sfida ora sarà agire alla luce di queste nuove consapevolezze. Direi quindi che, di per sé, il Cammino non cambia: il Cammino rivela, e può farlo perché è molto di più di una “metafora” dell’esistenza – è un vero e proprio “laboratorio sperimentale” in cui si concentrano tutti gli elementi fondamentali della vita di ciascuno. Sul Cammino li si può vedere con maggior chiarezza e li si può come sezionare, analizzare e saggiare come in poche altre situazioni. Provo a spiegarmi meglio, definendo prima ciò che secondo me rende il Cammino un’esperienza così potente, e poi provando a raccontare quello che ha significato per me nello specifico.

Perché il Cammino è “speciale”

Da qualche parte tra Irache e Los Arcos

Se devo scegliere una ragione su tutte per rispondere a questa domanda, direi che il Cammino è speciale perché sul Cammino si è parte di una comunità camminante, come un’onda di persone che viene inspiegabilmente e inesorabilmente attratta verso Ovest. La quantità e la varietà di persone che si incontrano lungo la strada è impressionante, e la metafora dell’onda è secondo me calzante perché ci sono persone che si incontrano tutte le tappe, così come altre che (perché molto più lenti o molto più veloci) si incrociano una volta soltanto, oppure ancora qualcuno che rispunta anche molto tempo dopo la prima volta che lo si è incontrato. Tutte queste persone, lungo il cammino, assumono uno status riconoscibile: basta uno zaino, una mochila, per ricevere i saluti e l’accoglienza delle persone che incontri, anche solo nella forma di un sorriso e un “buen camino”.

Il bastone con le zucche, uno dei simboli del Cammino

Le ragioni per compiere il Cammino sono tante, ma tutte le persone che compiono questo pellegrinaggio sono accomunate dalle medesime necessità e questo crea le condizioni per entrare molto facilmente in sintonia con coloro che si incontrano. Ne consegue che sul Cammino ho raccolto e raccontato pezzi di vita anche molto intimi parlando con persone che, fino a poco prima, erano per me dei perfetti sconosciuti. Questo sicuramente aiuta, fra le altre cose, a mettere in prospettiva i propri fardelli e a entrare in una dimensione solidale molto profonda. Le persone si rivelano sul Cammino per quello che sono, accomunate dall’avere pochi bisogni, semplici e uguali pressoché per tutti: camminare, mangiare, bere, lavarsi, riposare, e poco altro.

More, scorpacciate di more ovunque!

A fronte di questa semplificazione dei bisogni, il Cammino di Santiago offre anche la possibilità di azzerare quasi tutte le preoccupazioni a riguardo: ogni pochi chilometri, infatti, è possibile trovare un albergue, un posto per mangiare, una fontana (per quanto è sempre bene portarsi dietro tra i 2 e i 3 litri d’acqua). Ci sono talmente tanti posti letto anche nei pueblos più minuscoli che la preoccupazione di trovare un luogo dove passare la notte mi è passata il primo giorno. Come mi suggerivano alcuni amici che già avevano fatto quest’esperienza (e prima che iniziassi il mio Cammino pensavo fossero pazzi): “Vai a cazzo, o ti perderai metà della bellezza del Cammino”. Io invece avevo prenotato dove dormire in ogni singola tappa, ma seguendo il loro consiglio ho cancellato tutte le prenotazioni appena arrivato. Non potevo ancora saperlo, ma è stata la scelta migliore che potessi fare, da una parte perché mi ha permesso di entrare pienamente in una dimensione di avventura e libertà proprie del cammino, ma anche per un aspetto puramente pratico: in primo luogo, mi ha consentito di gestirmi giorno per giorno le tappe sulla base delle mie necessità e di quello che mi andava di fare; in secondo luogo, mi ha portato a usufruire degli albergues, che sono super-economici (solitamente sui 10 euro a notte, quando non a offerta libera), che non sono prenotabili e che sono riservati ai pellegrini (con credenziale). Non pensiate per questo che siano posti squallidi, tutt’altro: sono strutture gestite dal comune, dalla parrocchia o da una confraternita (a seconda dei posti) che offrono ospitalità ai pellegrini, talvolta da secoli. Potrete trovarci tutto ciò di cui avete bisogno: un letto, una doccia, un posto per lavare i vestiti, e solitamente un refettorio con cucina. Alcuni degli albergues offrono anche una “cena comunitaria”, solitamente a fronte di un donativo (offerta libera). In particolare, a Estella-Lizarra e a Grañón mi è capitato di rivivere con una certa commozione atmosfere proprie del mio passato di animatore ai campi parrocchiali. Basta davvero poco: del cibo condiviso, magari una chitarra, e la voglia di ascoltare le storie degli altri, per passare una serata indimenticabile.

Cosa ho capito io

Giochi di luci e ombre nel chiostro della chiesa di Los Arcos

Anche per questa domanda, il miglior riassunto sta in una considerazione: gli 8 giorni che ho camminato da Pamplona a Burgos sono stati il momento della mia vita in cui, in assoluto, mi sono sentito più libero. A mio parere, questo grado di libertà è dovuto proprio all’assenza di preoccupazioni che porta con sé il fatto di vivere il cammino un passo alla volta, lasciandosi ispirare dai luoghi e contagiare dalle persone che si incontrano.

Ne discendono alcune verità che troppo spesso ho cercato di capire senza comprenderle fino in fondo. La prima ha a che fare con l’importanza di ascoltare e seguire il proprio passo, il proprio ritmo. Per quanto banale possa sembrare questo semplice assunto, lungo il Cammino si può fare esperienza diretta di quanto questa verità possa fare la differenza tra lo star bene e lo star male. L’ho imparato volendo spingermi a fare 40 km in un giorno, unendo l’equivalente di quasi due tappe, per ragioni che spiegherò fra poco: il mio fisico è crollato al km 35, dolorante ovunque, arrancando per gli ultimi 5 lunghissimi chilometri. Lì mi sono ricordato di un’altra frase che mi aveva detto mio zio, che il Cammino lo fece una decina d’anni fa: “Qualsiasi cosa ti dicano, il viaggio lo fai tu – con i tuoi piedi e la tua testa“.

Il Monumento al Ingeniero sovrasta Santo Domingo de la Calzada

Quanto sopra si collega ad un’altra piccola grande verità, ovvero la necessità di ascoltare tutte le dimensioni di cui sono fatto, e curarle tutte allo stesso modo: la parte fisica, come quella mentale, come quella spirituale. Con questa non intendo indicare necessariamente la dimensione religiosa. Per citare il film “The Way”: “La religione qui non c’entra proprio niente”. Il potere di ascoltarsi e meditare si manifesta nel ritmo del proprio cammino, ma anche nella semplicità di una routine quotidiana che ti porta, lungo la strada, a ricucire queste tre parti che, almeno nel mio caso, sono spesso scisse quando non dimenticate. Questo si collega ancora ad un altro assunto, molto semplice: la necessità di dire più sì a se stessi senza sacrificarsi sempre per le aspettative di qualcuno… anche quando quel qualcuno sono io stesso, nel caso in cui questo significhi farmi danno.

A tal proposito, la ragione per la quale scelsi di allungare così tanto la tappa quel giorno in cui feci 40 km era che mi ero innamorato talmente tanto del Cammino da desiderare di continuare, fino ad arrivare a Santiago. Quel giorno, però, dopo aver portato il mio fisico oltre il limite, aver fatto mille calcoli ed essere riuscito sulla carta anche a segmentare i 500 km rimanenti in modo da farli in 2 settimane (l’equivalente di oltre 35 km al giorno), mi sono reso conto che stavo ricadendo nell’errore di voler ridurre il Cammino a una prestazione, a un programma che sarebbe diventato presto una gabbia, dal momento che sgarrare anche solo di un giorno, di pochi chilometri, vuoi per la stanchezza, vuoi per le condizioni meteo o per qualunque altra ragione, avrebbe significato perdere il ritmo e la possibilità di tornare a casa in tempo per riprendere il lavoro il primo settembre. E anche se fosse andato “tutto bene”, avrei forse concluso il Cammino, ma a quale costo? Farlo in quel modo avrebbe significato svuotarlo per me di ogni significato, caricandolo di uno stress che era esattamente ciò da cui mi ero ripromesso di fuggire. In questo come in tanti altri sensi, il Cammino è anche un allenamento ad accettare che non tutto può essere sotto il nostro controllo – tranne le nostre decisioni. Sul Cammino ho fatto esperienza di quanto è fondamentale, una volta accettato questo, distinguere ciò che dipende da noi, ma soprattutto su quanto sia importante come decidiamo di accogliere ciò che ci capita e che non dipende da noi. Quanto sopra ricordandoci un’altra verità: che non esistono scorciatoie.

La luna illumina il cammino tra Los Arcos e Logroño

Sul tema delle scorciatoie, porto nel cuore una conversazione avuta con una signora tedesca in un bar di Grañón. Diceva che ci sono tre tipi di persone lungo il Cammino: quelli che lo fanno come una gita di trekking; quelli che arrivano alle porte del proprio dolore, quale che esso sia, ma non osano attraversarlo; e ci sono quelli che riconoscono il proprio dolore e lo attraversano per comprenderlo meglio e, infine, superarlo. A questo proposito trovo interessante che, il giorno prima di mettermi in cammino, a Pamplona sono entrato in una libreria e ho deciso di comprare un libro che non conoscevo e che mi ha accompagnato durante il percorso: si tratta della traduzione in castigliano di “Tuesdays with Morrie”, di Mitch Albom. A un certo punto vi si legge questo dialogo (p. 124 dell’edizione Embolsillo):

– ¿Sabes lo que dicen los budistas? No te aferres a las cosas, porque todo es impermanente.

– Pero, espera un momento – dije yo – . ¿No estás hablando siempre de vivir la vida? […] ¿Cómo puedes hacer eso si estás desligado?

– Ah. Estás pensando, Mitch. Pero el desapego no significa que no dejes que la vivencia penetre en ti. Al contrario: dejas che la viviencia penetre en ti plenamente. Así es como eres capaz de dejarla.

– No te sigo.

– Toma el caso de cualquier emoción: el amor a una mujer, o el dolor por la pérdida de un ser querido, o lo que estoy pasando yo, el miedo y el dolor de una enfermidad mortal. Si contienes las emociones, si no te permites a ti mismo llevarlas hasta el final, nunca podrás llegar a estar desligado; estarás demasiado ocupado con tu miedo. Tienes miedo al dolor, tienes miedo a la pérdida de un ser querido. Tienes miedo a la vulnerabilidad que trae aparejado el amor. Pero si te submerges en estas emociones, permitiéndote a ti mismo tirarte de cabeza a ellas, hasta el final, por encima de tu cabeza incluso, las vives de una manera plena y completa. Sabes lo que es el dolor. Sabes lo que es el amor. Sabes lo que es la pérdida de un ser querido. Y solo entonces puedes decir: “Está bien. He vivido esa emoción. Reconozco esa emoción. Ahora necesito desligarme de esa emoción por un momento”

Il muro di una casa ad Agés

Vivere completamente l’emozione, per riconoscerla, e poi staccarsene se necessario, mi sembra di colpo il superpotere più desiderabile della storia. Farsi attraversare, non nascondersi, ma nemmeno subire l’emozione esterna, bensì aprirsi ad essa, mi sembra collegabile ai concetti di mindfulness che in un altro momento di questa stessa estate, in un altro luogo, erano stati oggetto di discussione con un’altra signora, questa volta inglese, ma altrettanto in grado di lasciare in me un segno importante. Credo di poter individuare qui uno degli spunti che mi piacerebbe di più approfondire e coltivare, ora che ho dovuto abbandonare la Strada – sperando di tornarci un giorno per proseguire, con la curiosità di scoprire cos’altro avrà da offrire al me del futuro.

Infine, ma non meno importante, un ultimo aspetto, che è stato per me molto confortante: ho scoperto di essere ancora capace di piangere senza che sia per lo stress o la frustrazione. Che fosse per un dialogo sincero o per una canzone cantata a squarciagola, per la luna che guida il cammino alle 5 del mattino o perché devo momentaneamente lasciare questa strada e questa compagnia che mi ha dato così tanto, ho lasciato che le emozioni mi sommergessero – che mi rivelassero qualcosa di me che non ricordavo più, o che non ho ancora scoperto.

To be continued…

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Ecco, io faccio una cosa nuova

Uno vorrebbe pure essere pessimista ogni tanto, e di sti tempi di ragioni ce ne sarebbero a bizzeffe: ma se ho imparato una cosa essendo insegnante e affidatario è che con un bambino o una bambina intorno non si può. Figurarsi con 10… o con 27! È per quello che al di là di tutto io quando vi vedo sono contento, e se anche non lo sono per qualche motivo, alla fine della lezione sono (quasi sempre) più felice di come lo ero al principio. In pratica siete la mia terapia gratuita (anzi, mi pagano pure)! Perciò, se è vero che oggi si celebra la nascita di un bambino, non vi auguro semplicemente buon Natale, ma vi dico grazie per esserci. Grazie per essere ogni giorno lì a ricordarci il nostro impegno come adulti, che è quello di lavorare per aiutarvi a costruire insieme a noi un futuro di speranza e di pace; e non c’è un minuto da perdere perché, come ha detto un profeta contemporaneo: “Se ci diamo una mano i miracoli si faranno e il giorno di Natale durerà tutto l’anno“.

Ecco, tutte queste cose mi vengono in mente in ordine sparso questa notte, e io ve le vorrei pure descrivere in qualche modo, ma poi penso che vi offenderei a chiamarvi bimbi e bimbe, che magari qualcuno si sente escluso dal riferimento a una religione che non è la propria, o che banalmente anche basta notifiche di Classroom durante le vacanze… e allora magari non lo faccio, facciamo che quel grazie lo penso forte. E basta. Magari vi arriva lo stesso.
O magari no.

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